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Frasi scorrevoli

da La Croce di Celestino di A.L. Villani

Ai nemici dello Stato, la cui presenza morale doveva sparire, era riservata una pena radicale: la damnatio memoriae. Sancita dal Senato o dalle supreme autorità, talvolta condivisa dal popolo, prevedeva la abolitio nominis, il nome del condannato veniva cancellato da tutte le iscrizioni mentre si distruggevano tutte le sue immagini e statue. Seguiva sovente la rescissio actorum, ossia la completa distruzione di tutte le sue vestigia. Era effettuata post mortem.
Ma nella vicenda terrena di Celestino la damnatio memoriae iniziò ante mortem e pare che perduri nei secoli, fino ad oggi. Al di là delle apparenze o del fumo negli occhi, la memoria della sua persona e del suo messaggio pare "damnata".

Già Bonifacio VIII, con la bolla Olim dilectus filius del 13 dicembre 1295 (Celestino morirà cinque mesi dopo, il 19 maggio 1296) annullò tutti gli atti del predecessore Papa Celestino V, come in precedenza (18 agosto 1295) aveva già revocato tutte le indulgenze da lui concesse alle chiese celestine di Collemaggio e di Sulmona. Dopo questo ottimo e non unico esempio di rescissio actorum, il 10 marzo 1297 Bonifacio VIII concederà agli stessi monasteri "proprie" indulgenze e il riconoscimento di "nuovi" privilegi, per così dire "bonifaciani". La domanda ovvia è come mai? Con quale scopo pastorale?

Il primo a dare l’avvio alla damnatio memoriae celestiniana è Dante Alighieri, con quel suo "colui che per viltade fece il gran rifiuto" ma anche con "l’ombra", sì, "l’ombra di colui". Un' "ombra" da ignorare, un "colui" da deprecare, una "viltade" poco corrispondente alla verità mistica e al vigore, al realismo di coerenza del Pontefice dimissionario.
A partire da questo giudizio senza appello, che molta critica non ha voluto riferire a Celestino, la damnatio è proseguita fino ai giorni nostri, tanto che sorge in molti la domanda: chi ha paura di Celestino?

Prima di Dante, è Clemente V nella Bolla di canonizzazione Qui facit magna (5 maggio 1313), promulgata sì per l’indubbia santità di Pietro del Morrone ma anche, come vogliono gli storici, per motivi di convenienza politica ed ecclesiastica. Ebbene, quella Bolla rimane come un esempio di abolitio nominis: in quella autentica Epigrafe, scolpita addirittura in nome di Dio, il titolo di Pontefice e il nome di Celestino sono ignorati e la sua dignità di Sommo Pontefice viene liquidata in poche battute. Con la cancellazione del suo nome e della sua missione di Papa, si è forse voluto annullarne il ricordo prestigioso, tentando di creare uno spazio vuoto nella memoria dei posteri? Al di dentro di tante ipocrisie storiche e paure istituzionali, quella Bolla, non riesce a camuffare la malcelata (se non malevola) damnatio. Lo storico attento e non prevenuto, fatica a comprendere come mai lo stesso Pontefice che proclama Pietro del Morrone "Santo confessore" e ne celebra così la apoteosi mistica, ignora il nome, la identità, la missione di un Sommo Pontefice della Chiesa, universalmente atteso e rimpianto.

Ciò che maggiormente umiliava era essere condannato per sempre alla negazione del ricordo. La damnatio memoriae era una pena più grave della condanna a morte. Era un esilio dalla memoria degli uomini e della storia, che condannava a non esistere più, in nessun documento ed in nessun atto della comunità. Si volle questo per Celestino?

celeL’affresco del  1300 conservato a Ferentino, raffigurante San Pietro Celestino nell’atto di deporre la tiara papale e di rimboccarsi la manica destra per tornare all’Ora et labora, all’altezza del cuore conserva un graffito, ben visibile, che esprime la supplica di un devoto al Santo: "Coelestinus olim P(apa) P(ontifex)". Perché olim? La breve parola racchiude forse un sommesso rimpianto,o la nostalgia per una presenza amata? E’ forse espressione di rammarico, assai diffuso e presto soffocato, che seguì la morte del Santo? Quell’affresco, mirabile nella sua semplicità descrittiva ma potente nel ricordare un messaggio essenziale per la Chiesa di Cristo, era con la tomba del Santo la meta agognata di tutti i pellegrini penitenti che giungevano da ogni parte d’Italia.

Oggetto di venerazione (come testimoniano altri graffiti incisi ex voto nel secolo XIV) quell’affresco, per 650 anni, fu ricoperto da un muro che, provvidenzialmente, lo ha danneggiato solo parzialmente. Sulla testimonianza del Sovrintendente per il Lazio ai lavori di restauro strutturale della chiesa celestiniana, architetto Seno, e di alcune maestranze che lo rimossero (anno 2000) quel muro fu costruito da qualcuno senza alcuna necessità strutturale. A quanto pare, serviva per nascondere alla vista, se non alla venerazione, quel volto e quel gesto troppo eloquenti per chi giungeva a lucrare la santa perdonanza con il proposito di rivestire l’abito mentale della penitenza.

Già dal tempo di Bonifacio VIII quella chiesetta, così vicina a Roma e così frequentata da folle di devoti, destò non poca apprensione e fu posta sotto il controllo vigile e preoccupato delle strutture di governo papali. La straordinaria presenza di documenti d’archivio (il primo, data 23 marzo 1268) conservati nell’Archivio Segreto Vaticano, dimostra l’importanza e la risonanza non solo italiana di quel sito  e la necessità di contenerne la prorompente vitalità.

Ma in un tempo così travagliato per la storia della Chiesa, dove urgeva perentoria la necessità di riaffermarne con forza la natura e potenza teocratica sugli uomini e sui Principi, era doverosa – secondo Bonifacio VIII – non solo la rescissio actorum ma anche la abolitio nominis, attuata in svariate maniere. La stemmachiesa celestiniana di Ferentino offre un altro esempio concreto di questo atteggiamento allora frequente  nelle strutture di governo ecclesiastiche. Se pur successivamente, ossia agli inizi del secolo XVI, un raro e prezioso esemplare dello stemma celestiniano, che campeggia tuttora sul grande arco sopra l’altare maggiore, a Ferentino, fu ricoperto da uno strato di intonaco per cinque secoli. Anche esso, ricuperato nei lavori di restauro per il Giubileo dell’anno 2000, ha risvegliato nei tecnici la stessa domanda: perché fu oscurato senza motivo storicamente plausibile?

Una recente indagine archeologica, effettuata a puro titolo investigativo nel Monastero di Sant’Antonio Abate in Ferentino, ha permesso di identificare nei sotterranei una grotta singolarmente affrescata, che la tradizione locale vuole fosse l’antico oratorium ove Celestino amava isolarsi. Quella grotta, gravemente danneggiata dall’ingiuria del tempo, fu ricolmata di detriti come le altre grotte adiacenti. Per alcuni si tratta semplicemente delle conseguenze del vuoto culturale che da tempo imperversa nella zona.
Come mai, però, la stessa sorte non è toccata a monasteri e conventi di altra paternità? Come mai l'incuria a tale riguardo si è protratta e si protrae tutt'ora? 


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