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Frasi scorrevoli

luna-pienaGiacomo Leopardi, come prima Foscolo e Manzoni è permeato di una educazione 1etterario-filosofica che dipende molto dalla cultura illuminista. In questi appunti, per essere chiari e concreti, ci serviamo della divisione della poetica leopardiana nei tre periodi individuati dall’attenta critica del Sapegno.

In un primo tempo Leopardi segue le orme delle teorie di Rousseau sulla dialettica dei concetti di natura e ragione. La natura ha creato gli uomini felici, la ragione è il principio della loro miseria; la natura è il regno del bello, della poesia, delle "care illusioni". La ragione è il regno del vero che tutto inaridisce. La storia degli uomini si risolve dunque in una decadenza, dalla condizione primitiva di felicità inconsapevole ad una condizione finale di cosciente dolore; e analogamente si svolge nel singolo individuo la parabola della vita, dall’ignoranza beata del fanciullo alla amara saggezza dell’adulto (e chi non scorge in queste idee il ricordo della cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre?). Appartiene a questo periodo la mirabile lirica L'infinito per la quale si parla di una dimensione profondamente religiosa del poeta, nel rapporto fra la coscienza della sua finitezza umana e il desiderio dell’assoluto e dell’eternità.

"…  Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare"

Ma in un secondo momento Leopardi modifica radicalmente la propria visione della vita (in quella fase che viene chiamata del "Pessimismo Cosmico"). La natura non è più la madre benigna e premurosa della felicità delle sue creature, è invece la causa prima matrigna, quella che "per necessità della legge di distruzione e riproduzione è persecutrice e nemica mortale di tutti gli individui di ogni genere e specie, che ella dà in luce e comincia a perseguitarli dal punto medesimo in cui li ha prodotti". Questo concetto è espresso nei versi del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia:

"Nasce l’uomo a fatica - ed è rischio di morte il nascimento. - Prova pena e tormento - per prima cosa; e in sul principio stesso - la madre e il genitore - il prende a consolar dell’esser nato. Poiché crescendo viene - l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre - con atti e con parole - studiansi fargli cose, - e consolarlo dell’umano stato… . - Intatta luna tale è la vita mortale".

Ma c’è una terza fase del pessimismo leopardiano: quella che i critici definiscono del "Pessimismo eroico" e che appare nella lirica La Ginestra scritta negli ultimi anni della sua esistenza. Il poeta, riconoscendo lo stato dei suoi simili uguale al suo trova come unica possibilità di uscire dal dolore universale quella di superare tutto l’odio e la cattiveria umana nel riconoscere gli altri uomini come fratelli da aiutare, e da soccorrere, nella consapevolezza di una solidarietà umana.

"… Tutti fra sé confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune…
Contra l'empia natura
Strinse i mortali in social catena, …".

Questo concetto ha evidentemente molto di cristiano. Ma si riduce se paragonato all’idea del cattolico Manzoni, espressa nel Coro della tragedia Il Conte di Carmagnola. Là il Manzoni non vede solo gli altri uomini come fratelli, li vede, ciascuno come immagine di Cristo, del Dio Vivente.

"Tutti fatti a sembianza d’un Solo,
figli tutti d’un solo Riscatto,
in qual’ora, in quail parte del suolo,
trascorriamo quest’aura vital,
siam  fratelli; siam stretti ad un patto;
maledetto colui che l’infrange,
che s’innalza sul fiacco che piange,
che contrista uno spirito immortal !"

Quella del Leopardi è solo filantropia, quella di Manzoni è l’essenza del Cristianesimo.

A. Gallea


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